Opinioni | 14 Aprile 2017 | Autore: David Giardino

C'è chi piange lacrime di coccodrillo
La spinta al consolidamento del mercato indipendente (e non solo) non sembra avere tregua.

Questo fenomeno strutturale, inevitabile per un mercato frammentato come quello europeo, è sicuramente nella sua fase nevralgica, a volte isterica. I distributori locali, che sino a oggi si sono sentiti protetti dalla appartenenza a un gruppo internazionale, hanno scoperto in modo traumatico che l’ombrello, che sembrava essere sufficientemente robusto per proteggere a lungo da ogni intemperia, si è rivelato ampiamente inadeguato ad affrontare l’attuale tempesta.
Non che non fosse prevista però, si spera sempre, come nelle favole, che alla fine il “lupo” non arrivi mai… ma poi invece arriva.
Gli effetti sono poi visibili, alleanze inedite come quella che ha visto NSD aggregare PDA e PDA aggregare il Gruppo Imasaf, sarebbero state solo pura speculazione sino a poco tempo addietro; oggi invece sono routine. La rincorsa a un rafforzamento, fosse solo per il premio internazionale grazie agli accordi centralizzati, fanno respirare ossigeno puro, che vale sino al 3% del fatturato, vitale per i bilanci di molte aziende.
I dubbi rimangono; sarà sufficiente il premio internazionale per rafforzare le aziende coinvolte? Troppo tempo perso.
Le responsabilità evidenti di alcuni gruppi internazionali sono di non aver creato nel tempo una partecipazione progressivamente sempre più strutturata. Oltre alla pura adesione, spesso non vi è null’altro da scambiare se non le fee internazionali. Così oggi anche i più importanti gruppi internazionali della distribuzione si vedono sottrarre i migliori aderenti, che paradossalmente sono cresciuti proprio grazie anche alla loro precedente esperienza.
È evidente che siano poi proprio questi ultimi a essere ambiti da potenziali acquirenti, interessati alla loro forza e ai buoni bilanci. La realtà è che, per quanto localmente alcuni distributori sono riconosciuti come i più importanti, in un contesto internazionale sono troppo piccoli per riuscire a competere con attori sempre più globalizzati e aggressivi. Basti pensare che i primi quattro attori americani rappresentano un fatturato di 100 miliardi di dollari, in Europa i primi quattro non arrivano a 10. La prova della evidenza.
Non basta aggregare fatturato, parlare sette lingue, svilupparsi nei cinque continenti, per pensare di essere forti, quando la propria forza è rappresentata da aziende indipendenti e tutte potenzialmente acquistabili da un competitor locale. Per essere davvero forti bisogna poter consolidare queste realtà in una unica azienda.
Peccato non averci pensato prima e non aver inserito, sin dalla nascita dei gruppi internazionali, delle regole di ingaggio che avrebbero potuto creare, dopo più di dieci anni di attività, delle aziende davvero forti così come appaiono per il fatturato rappresentato, e aver invece sperperato il tempo che adesso sembra davvero mancare.
Mi stupisco ancora oggi di quanti finora non se ne siano accorti.

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