Opinioni | 09 Ottobre 2017 | Autore: David Giardino

C’è chi scherza con i numeri
Ogni imprenditore ha il suo buon da fare a spiegare ai propri clienti le ragioni del prezzo del proprio prodotto in relazione alla qualità dello stesso. Più il prodotto ha un valore alto e più è importante “e faticoso” cercare di trasmettere le ragioni della differenza. Gli investimenti sul brand, sui materiali, sulla qualità che viene poi espressa sulla performance complessiva, che deve necessariamente essere superiore anche proporzionalmente a quella proposta dai prodotti low cost. È così per la moda, è così per le automobili, è così per l’editoria.

Nel caso specifico del mondo della comunicazione tradizionale a mezzo stampa periodica, gli editori di questo settore, già negli anni 80, si sono dati delle regole di trasparenza per mettere a disposizione dei propri clienti delle informazioni sicure sui dati di tiratura e diffusione dei propri giornali. Sembrava allora opportuno distinguere le riviste che facevano ciò che promettevano da quelle che promettevano e basta. Sono passati ormai più di trent’anni dalla nascita del marchio CSST, che attraverso un controllo sui dati certi contabili (fatture di acquisto, pagamenti fornitori e poste, ecc.) eseguito da aziende di certificazione contabile iscritte alla Consob emettono sotto la loro responsabilità un certificato di tiratura e diffusione del periodico.

Trent’anni fa lo standard CSST diventò per quasi tutti gli editori obbligatorio se volevano vendere la pubblicità ai propri clienti; chi non investe meno di 2.000 euro per mettere un certificato così prezioso in mano alla propria forza vendita se effettivamente fa bene il proprio mestiere? Sono passati trent’anni, la crisi economica, e oggi gli editori che possono presentarsi con il marchio CSST nel colophon delle proprie riviste sono ormai davvero pochi. La maggior parte si limita a dichiarare (a voce, neanche più nelle pagine dei propri giornali) la presunta tiratura della rivista, senza neanche il coraggio di metterla nero su bianco nei contratti pubblicitari, spaventati da una possibile richiesta della prova di ciò che si è promesso.
Proprio recentemente abbiamo segnalato al CSST un editore che si era “dimenticato” di togliere i dati di certificazione dalla propria rivista (obbligatorio se non rinnovata), peccato che l’amnesia durava ormai da due anni. Stiamo attraversando un periodo dove è davvero difficile rimanere coerenti con le ragioni che ti hanno fatto crescere e stimare dal mercato, dove il confronto sembra più solo sulle condizioni economiche e sempre meno frequentemente sulla qualità del prodotto proposto.

Io credo ancora fortemente nel valore della continuità della relazione che può essere garantita solo dalla qualità e della trasparenza proposta nella propria offerta. Tutti coloro che si sottraggono a un confronto leale, banalizzando attività di controllo serie puntuali non dovrebbero avere un ruolo in questo mercato.
 

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