Opinioni | 22 Dicembre 2017 | Autore: David Giardino

Essere o appartenere, questo è il dilemma
Quando si affronta il tema dell’indipendenza, in un Paese dove la condivisione non è certo lo sport nazionale, è davvero difficile. Nel mondo dell’artigianato, dove l’indipendenza è da sempre una evidenza, è davvero un discorso “tutto in salita”. Eppure è una questione che va affrontata, e non solo dagli artigiani, ma da tutti gli imprenditori della filiera del post-vendita automotive, proprio per le dinamiche del mercato che stanno, seppur lentamente, cambiando.

Sotto la spinta della mobilità condivisa e non più di proprietà e del noleggio a lungo termine, che spostano il possesso del veicolo dal singolo automobilista alla grande struttura, il servizio locale, che ha sempre soddisfatto la riparazione di prossimità, diventa sempre più stretto a chi cerca invece una risposta a carattere nazionale e con un servizio e condizioni economiche omogenee. Così ha visto bene il Gruppo Mobivia, conosciuto in Italia con i marchi Norauto e Midas, che ha acquistato recentemente le officine tedesche a marchio A.T.U, raggiungendo così circa 2 miliardi di euro di fatturato verso l’automobilista.

Sarà, ma non mi pare un caso il fatto che ingenti investimenti si muovano verso un consolidamento della filiera della riparazione, direi anzi che si tratta di una visione strategica del mercato chiara sia nelle dinamiche della domanda sia nelle risposte da dare. I network di officine, nati dai principali gruppi internazionali di distribuzione, hanno contribuito e non poco alla capacità riparativa degli operatori e a una migliore visibilità nei confronti dell’utente finale, aumentando di fatto anche la confidenza dell’automobilista nel rivolgersi a queste strutture, seppur indipendenti, ma con un marchio diffuso e visibile.

Questi network hanno però tutti la fragilità di non condividere molti aspetti operativi della riparazione, non potendo garantire come una entità unica il lavoro fatto, le condizioni economiche applicate, i tempi di lavorazione, la qualità omogenea dei ricambi, eccetera. La mancanza poi in molti casi di officine che si possano presentare come un unico polo riparativo, sia per meccanica sia per carrozzeria e sia per gomme, impongono alle flotte una ricerca certosina di operatori che abbiano le stesse caratteristiche riparative e di servizio, concentrando tutto il lavoro possibilmente su pochi ma professionali operatori, sottraendo loro però indipendenza e libertà di azione, visto la differenza di potere contrattuale fra le parti. Diverso sarà quando ci saranno operatori che, possedendo direttamente la propria rete di riparazione, saranno in grado di offrire anche su scala internazionale un servizio adeguato alle esigenze dei grandi clienti.

Gli ingenti capitali che stanno attraversando la distribuzione europea dei ricambi, saranno solo la punta dell’iceberg di investimenti che potranno coinvolgere strati anche successivi di mercato?

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