Opinioni | 15 Novembre 2016 | Autore: David Giardino

Chi fa i conti senza l’oste?
Uno dei temi che da sempre, o almeno da quando frequento l’ambiente dell’aftermarket automobilistico, ricorre con maggiore o minore frequenza è il tema della filiera lunga o corta.
Mi rendo conto che molti di voi in questo momento saranno tentati di abbandonare la lettura di questo mio editoriale, essendo uno degli argomenti più trattati e che quindi potrebbe aver esaurito l’interesse. Ho deciso comunque di affrontare questo tema, che ritengo strategico per il mercato indipendente, per cercare di sfatare alcuni miti che si possono essere diffusi nel settore.
Il primo mito è che la filiera corta debba essere per definizione più efficiente, il secondo è che io ne sia convinto.
Ritengo, infatti, che la distribuzione indipendente - così come è strutturata in Italia - non sia inefficiente per definizione, anzi ha dimostrato più volte di essere in grado di competere anche con le più grandi strutture sia indipendenti sia dei costruttori.
Cosa manca allora, dove si annida la sua debolezza?
Sicuramente nelle dimensioni, non certo nella struttura. La necessità di avere dei magazzini logistici, dove la merce è presente fisicamente, è un male necessario, inevitabile. Chiunque voglia fare questo lavoro e offrire alle autofficine un servizio adeguato, deve per necessità avere a disposizione decine di migliaia di codici a magazzino proprio, oppure nel magazzino di uno o più distributori da cui fornirsi.
Diversamente non funziona.
I costi del magazzino, della disponibilità del ricambio, qualcuno deve sostenerli, chiunque voglia fare il mestiere del distributore. Li devono pagare i ricambisti che decidono di crearsi un magazzino comune con altri colleghi, li devono sostenere coloro che preferiscono invece rivolgersi a magazzini esterni.
Il punto centrale, la vera differenza è il costo che comporta saltare un passaggio. L’ipotetico 5% che alcuni attribuiscono ai costi della logistica a livello del passaggio distributore/ricambisti non è credibile e i business plan basati su questo errore vengono inesorabilmente sconfessati dai conti economici successivi.
La competizione, che sta diventando crudele, assottiglia i margini degli errori che si possono compiere senza conseguenze. Le esperienze di insuccesso sono malauguratamente sempre più spesso sotto gli occhi di tutti.
 

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