
Il settore dei ricambi automotive conferma la sua solidità con oltre 400.000 occupati e una produttività sopra la media nazionale. Le imprese guardano al 2026 con ottimismo, ma il mismatch di competenze resta il principale ostacolo alla crescita, mentre l'elettrico può aspettare.
Il mercato aftermarket italiano vale 31,2 miliardi di euro di valore aggiunto, occupa circa 407.000 lavoratori e genera una produttività superiore del 3,3% rispetto alla media nazionale. È questa, in sintesi, la fotografia scattata dalla ricerca "Il settore dell'Aftermarket dell'automotive in movimento", realizzata dal Centro Studi Tagliacarne per conto della Camera di commercio di Modena, in collaborazione con quella di Torino e con il supporto di ANFIA, presentata lo scorso 5 maggio a Modena.
Il quadro che emerge è quello di un comparto sostanzialmente solido, che guarda al futuro con un cauto ottimismo: il 24,8% delle aziende prevede, infatti, un aumento del fatturato per quest'anno, e il 36% si aspetta di incrementare le assunzioni. Numeri incoraggianti, che però si scontrano con un problema concreto e sempre più difficile da ignorare.
Il nodo del personale
Quasi il 60% delle imprese che intendono assumere segnala difficoltà a trovare sul mercato le figure professionali di cui ha bisogno. Un mismatch tra domanda e offerta di competenze che rischia di pesare in modo tangibile: per il 58,5% degli operatori, la conseguenza più immediata sarà un sovraccarico del personale già in organico. Ma il dato forse più allarmante è che per il 36,8% delle aziende questa difficoltà potrebbe tradursi in un freno alla crescita, mentre il 32,1% prevede un aumento dei costi legati alla ricerca e alla formazione di nuovi profili.Giuseppe Molinari, presidente del Centro Studi Tagliacarne e della Camera di commercio di Modena, inquadra bene la situazione: "L'aftermarket automotive si conferma un pilastro tutt'altro che marginale dell'economia italiana, con oltre 31 miliardi di valore aggiunto e più di 400.000 occupati, ma i dati evidenziano anche alcuni segnali che non vanno sottovalutati".
Accanto a una crescita economica moderata tra il 2021 e il 2024, si registra infatti una lieve riduzione dell'occupazione, mentre persistono criticità strutturali a partire dalla difficoltà di reperire competenze.
"Nel lungo periodo", avverte Molinari, "le trasformazioni tecnologiche, inclusa la transizione elettrica, potrebbero logorare alcune componenti importanti della filiera. Diventa dunque cruciale rafforzare le politiche a sostegno della competitività, accompagnando le imprese in un percorso di adattamento che sarà determinante per il futuro del settore".
La sfida dei dazi e l'export
Il settore guarda oltre confine con convinzione: il 67% delle imprese esporta beni e servizi, e il 17,7% di queste stima un aumento delle vendite estere nel 2026. Ma le tensioni commerciali internazionali pesano: un terzo degli operatori teme le ricadute dei dazi imposti dagli Stati Uniti. Tra chi si aspetta conseguenze negative, più della metà, il 56,3%, punta a diversificare i mercati di sbocco, cercando alternative al mercato americano.A complicare il quadro anche la tenuta delle catene di approvvigionamento: un'impresa su quattro teme difficoltà nel reperire materie prime e semilavorati critici, come semiconduttori e batterie.
Un tema sottolineato anche da Massimiliano Cipolletta, presidente della Camera di commercio di Torino: "A destare particolare preoccupazione è la tenuta delle catene di approvvigionamento, messe sotto pressione dalle attuali tensioni geopolitiche".
L'elettrico non spaventa
La transizione elettrica non fa ancora paura agli operatori del settore: solo il 13,8% di chi produce e vende ricambi auto ha in programma di investire nell'elettrico entro il 2028, e appena l'11,8% lo ha già fatto nel triennio precedente. Il 73,3% resta orientato alla componentistica tradizionale per motori a combustione. La minaccia più sentita, in prospettiva, viene semmai dalla concorrenza dei paesi emergenti, citata come fattore di rischio dal 18,3% delle imprese.Sul fronte regolatorio europeo interviene Marco Stella, presidente del Gruppo Componenti di ANFIA: "L'automotive sta vivendo una profonda evoluzione normativa che richiede adattamento, visione industriale e dialogo costante con le istituzioni". Per Stella, la revisione del regolamento UE sulle emissioni di CO₂ degli autoveicoli leggeri "deve coniugare ambizione e pragmatismo, definendo obiettivi realistici e raggiungibili con tutte le leve tecnologiche utili".
In questo contesto, Stella segnala nell'Industrial Accelerator Act "il primo segnale di un possibile cambio di paradigma nella politica industriale europea", capace di stimolare la produzione Made in EU, accelerare gli investimenti e ridurre le dipendenze strategiche da paesi terzi, con l'obiettivo di rafforzare la resilienza delle catene del valore. "Questo incide anche sul comparto aftermarket", conclude Stella, "che, oltre a dare un contributo fondamentale alla messa in sicurezza e alla sostenibilità del parco circolante, deve adattarsi rapidamente all'evoluzione tecnologica e alle esigenze degli automobilisti".
Le aziende del settore mostrano comunque una certa fiducia nel futuro tecnologico: oltre il 40% si aspetta un aumento della propria competitività nei prossimi dieci anni, e solo il 13,5% ipotizza una riconversione verso altri settori o mercati. Quanto all'intelligenza artificiale, i ritmi di adozione restano lenti: solo il 16,9% delle imprese utilizza stabilmente strumenti di IA, mentre il 28,5% intende farlo nel prossimo triennio.
La geografia del settore: Lombardia prima per valore, Piemonte per peso
Sul piano territoriale, è la Lombardia a guidare la classifica per valore prodotto, con 8,8 miliardi di euro (il 28,2% del totale nazionale) davanti all'Emilia-Romagna (4,3 miliardi, 13,8%) e al Veneto (4,2 miliardi, 13,5%). Ma se si guarda al peso dell'aftermarket sull'economia locale, il primato spetta al Piemonte, dove il settore vale il 2,6% del PIL regionale, seguito da Emilia-Romagna (2,4%) e Veneto (2,3%).Su questo Cipolletta aggiunge: "L'aftermarket, inteso sia come produzione sia come vendita di ricambi per auto e relativi servizi, rappresenta un settore che, nel complesso, mostra segnali di solidità e una dinamica positiva, in controtendenza rispetto alle incertezze che interessano l'intero comparto automotive." E proprio il Piemonte, sottolinea il presidente della Camera di commercio torinese, "si distingue per il peso particolarmente rilevante dell'aftermarket sull'economia locale", condividendo però "alcune delle principali sfide del settore, tra cui la transizione verso l'elettrico, il disallineamento tra domanda e offerta di competenze e la crescente pressione derivante dall'ingresso di nuovi operatori internazionali."
A livello provinciale, è Modena a guidare la graduatoria con un'incidenza del 3,5% sul valore aggiunto locale. Seguono Pesaro e Urbino (3,4%) e Vicenza (3,3%). Tra le prime venti province compaiono anche Torino e Bergamo (entrambe al 3,0%), Reggio nell'Emilia e Lecco (2,9%), Monza e della Brianza (2,8%), Brescia (2,7%), Treviso e Padova (2,6%).
Le richieste al governo
Per sostenere la propria competitività, le imprese del settore chiedono interventi chiari: in cima alla lista ci sono agevolazioni fiscali e riduzione del costo del lavoro, indicate dal 66,2% degli operatori. A seguire, la riduzione dei costi energetici (27,7%) e i finanziamenti alla ricerca (13,8%).La ricerca è disponibile online al link seguente: clicca qui
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