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Sono d’accordo con chi mi legge che l’argomento di questo editoriale non è nuovo e neanche inedito, ma per varie ragioni subisce rallentamenti e accelerazioni periodiche nel nostro mercato.
Il post-vendita automobilistico non è un mercato in crisi, anzi: grazie all’invecchiamento del circolante si fanno riparazioni sempre più profonde rispetto a un semplice tagliando.
Questa dinamica non può nascondere però che il perimetro del mercato è costante, cioè non cresce in volume (e come potrebbe di più!) e quindi i maggiori operatori si contendono gli spazi all’interno dello stesso volume o quasi; inoltre gli investimenti su veicoli datati propendono per ricambi economici, penalizzando spesso la fascia alta.
La dinamica della concorrenza sta già facendo una selezione visibile e dolorosa degli operatori a ogni livello della filiera, alla quale non è stata ancora trovata la ricetta che possa mettere in sicurezza aziende e fatturati.
Il timore che in questa situazione - non certamente di comfort - possa inserirsi un operatore internazionale, con un forte appeal di disponibilità e di prezzi e con una proposta diretta alle officine, dimostra la fragilità della attuale struttura del nostro mercato.
Sull’altare della totale indipendenza, che ha fatto sino ad oggi il successo del commercio grazie ai vantaggi offerti dagli acquisti d’opportunismo, è stata sacrificata la possibilità di creare solide alleanze fra i vari anelli della filiera, lasciando il fianco scoperto a chi invece riesce a verticalizzare l’offerta dal magazzino all’officina senza dispersioni.
Il servizio necessario alla riparazione prevede in tutti i mercati internazionali l’utilizzo di uno o più hub distributivi e dei punti vendita di prossimità alle officine, quindi la differenza non è nel numero, ma nell’efficienza dei vari passaggi; lo dimostra il successo degli operatori internazionali nei paesi laddove propongono il loro modello verticale.
Se non vogliamo che il mercato indipendente italiano affronti le difficoltà che sta attraversando il mercato greco, impattato da investimenti due steps internazionali, sarebbe il momento di abdicare alla pura indipendenza a favore di una più stretta collaborazione fra gli attori della filiera.
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