
Dalle acquisizioni record alla bancarotta: la parabola di First Brands Group mostra i rischi della crescita per portafoglio e la fragilità nascosta dietro la concentrazione di marchi nell’aftermarket automobilistico.
Fino a poco tempo fa, per molti professionisti europei dell’aftermarket, First Brands Group era un nome lontano: un colosso americano che operava dietro le quinte, importante ma distante dalle discussioni quotidiane sulle strategie di mercato. Poi, all’improvviso, la crisi finanziaria ha acceso i riflettori su di lui, mostrando un gigante che vacilla sotto il peso delle proprie ambizioni.
Dietro le cifre e le notizie di bancarotta, c’è però una storia più ampia: quella di un gruppo costruito come un mosaico di marchi storici, assemblati uno dopo l’altro attraverso acquisizioni strategiche.
Filtrazione, frenante, illuminazione, accensione: ogni brand del gruppo custodisce decenni di esperienza e reputazione, ma insieme compongono un modello di crescita contemporaneo, in cui possedere e integrare più marchi diventa più importante che aumentare i volumi di vendita.
La vicenda di First Brands Group non è dunque solo una cronaca di fallimento: è la fotografia di un'industria che ha scelto di espandere il proprio perimetro, affrontando al contempo i rischi legati alla complessità e alla gestione di un portafoglio sempre più grande. Vediamo, dunque, come si è arrivati fin qui.
La storia recente: dall’espansione alla crisi
La strategia di First Brands, gruppo fondato nel 2013, prese forma con alcune acquisizioni chiave, iniziate nel 2020, che portarono il gruppo a consolidare progressivamente il proprio portafoglio di marchi nell'aftermarket automobilistico. In particolare, nel 2020 il gruppo acquisì Brake Parts Inc. (con il brand storico Raybestos® per i freni), Champion Laboratories (Luber-finer® per la filtrazione heavy-duty) e Centric Parts, mentre l'anno precedente aveva già portato in casa brand iconici come FRAM® e Autolite®.Nel 2023, poi, tentò l'acquisizione della divisione post-vendita di Marelli, operazione che non si concretizzò, mentre nel maggio 2024 completò l'acquisto della divisione lampade di Lumileds, rafforzando il portfolio nel settore dell'illuminazione.
Queste mosse resero perciò il gruppo uno dei principali player dell'aftermarket, ma comportarono anche debiti crescenti e una complessità gestionale significativa. La crescita per portafoglio, pur strategicamente solida, iniziava infatti a mostrare le prime crepe.
Già nel 2024 e nel corso del 2025 emersero i primi segnali di tensione finanziaria, ma fu a settembre 2025 che la situazione precipitò: First Brands Group presentò istanza di Chapter 11 presso il tribunale fallimentare degli Stati Uniti, indicando difficoltà nel gestire il debito e la liquidità in contesti di mercato sempre più difficili, con oltre 9 miliardi di passività e una liquidità molto limitata.
La notizia scosse l’intero settore, perché il gruppo non era solo un “aggregatore” di marchi, ma “custode” di decenni di storia dell’aftermarket. Durante il processo di fallimento, poi, il CEO e fondatore Patrick James si dimise, lasciando l’azienda senza guida in un momento critico e cedendo la leadership a un team di ristrutturazione nominato dal tribunale.
Parallelamente, emersero accuse di frode e irregolarità contabili anche in alcuni mercati europei, con fonti internazionali che menzionano in particolare la Germania. Il fondatore dell’azienda fu formalmente accusato di frode, aggiungendo ulteriore incertezza sul futuro dell’azienda e sulle possibilità di salvataggio da parte di investitori o grandi OEM.
In risposta all’indagine federale, First Brands Group ha pubblicato un comunicato ufficiale il 29 gennaio 2026, precisando che le accuse si riferiscono a comportamenti di ex - dirigenti non più in ruoli di governo dell’azienda e confermando la piena collaborazione con le autorità. L’azienda ha sottolineato l’impatto umano e operativo della vicenda, ma ha anche ribadito l’intenzione di perseguire tutte le azioni legali disponibili per proteggere il valore degli asset durante il processo di Chapter 11.
In parallelo, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha rilasciato lo stesso giorno un comunicato ufficiale, evidenziando che Patrick e Edward James sono stati incriminati per schemi pluriennali di frode bancaria, frode telematica, riciclaggio e altri reati collegati alla gestione finanziaria di First Brands Group. Secondo l’accusa, i due avrebbero utilizzato fatture gonfiate o false, doppie o triple garanzie di collaterale e informazioni finanziarie fuorvianti per ottenere miliardi di dollari da finanziatori, contribuendo direttamente alla bancarotta del gruppo nel settembre 2025. Il comunicato segnala inoltre che Peter Andrew Brumbergs, ex VP Finance, ha patteggiato e sta collaborando con le autorità.
Accuse, cause e indagini
Le difficoltà finanziarie non rimasero confinati ai conti: emergono, quindi, gravi accuse contro il management. Nel novembre 2025 First Brands Group ha intentato una causa contro Patrick James, accusandolo di aver danneggiato l’azienda e gli stakeholder attraverso pratiche fraudolente e uso improprio di fondi, tra cui trasferimenti personali di centinaia di milioni di dollari e uso di fatture gonfiate per ottenere finanziamenti.Questa causa civile fu seguita, a gennaio 2026, da accuse penali da parte dei procuratori federali statunitensi: Patrick James e suo fratello Edward (ex dirigente senior) furono incriminati con accuse di frode bancaria, frode telematica, riciclaggio e altri reati relativi alla gestione finanziaria della società e alle pratiche di prestito che avrebbero contribuito al collasso della compagnia.
In questi primi giorni di febbraio 2026 Patrick e Edward James si sono dichiarati non colpevoli alle accuse penali, e un processo è fissato per luglio 2026 davanti a una corte federale negli Stati Uniti, con entrambi soggetti a potenziali pene severe se condannati.
Di fronte a questa crisi, alcuni grandi produttori come Ford e General Motors furono indicati come possibili salvatori interessati a garantire la continuità della catena di fornitura. Ma al momento non ci sono conferme ufficiali, e il destino operativo di molte delle unità di First Brands Group resta incerto, con asset in vendita e processi di liquidazione in corso nei primi mesi del 2026.
I distributori e le officine cominciano a fare i conti con ritardi e incertezze, e la crisi di First Brands diventa così un esempio emblematico dei rischi insiti nella strategia di espansione per portafoglio in mercati maturi.
Una lezione più ampia per l’aftermarket
La crisi di First Brands Group non riguarda solo una singola azienda: rappresenta il lato estremo di una strategia molto diffusa nell’aftermarket automobilistico occidentale. La crescita aggressiva tramite acquisizioni e ampliamento del portafoglio, se non gestita con governance solida e capacità di integrazione, può trasformarsi in debolezza strutturale.Il punto critico non è il numero di marchi posseduti, ma la capacità di integrarli in modo sostenibile. Complessità operative, finanziarie e relazionali possono erodere la fiducia costruita nel tempo e avere effetti a cascata su fornitori, distributori, officine e sulla credibilità stessa dei brand.
Se acquisizioni, consolidamento e ampliamento dei portafogli sono ormai il linguaggio dominante della crescita nell’aftermarket, la vera domanda non è se questa strada verrà seguita. Lo è già.
La questione aperta è più sottile: fino a che punto l’aftermarket può continuare a crescere ampliando ciò che possiede, prima che la complessità necessaria a sostenere questa crescita inizi a erodere quella continuità su cui il settore si è storicamente fondato?
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